Il Cimitero Monumentale del Verano: una passeggiata tra ritratti, mosaici e vetrate policrome

In questo intervento, verranno mostrate alcune bellezze di un patrimonio architettonico, storico ed artistico unico al mondo: il Cimitero Monumentale del Verano a Roma. Una volta varcato l’ingresso, non sembrerà affatto di essere giunti all’interno di un camposanto ma di una città vera e propria dove la pace del luogo saprà allontanare ogni rumore esterno, aprendo la strada verso il fascino e la meditazione.

Ci troviamo lungo la Via Tiburtina, strada consolare il cui nome attinge a quello di Tibur, “Tivoli”, essendo essa stata, per millenni, il percorso più diretto per le migrazioni del bestiame che, dai monti dell’Abruzzo, arrivava fino alle pianure tirreniche. La parola Verano, invece, deriverebbe dall’ager Veranus, ovverosia dall’antico campo della gens senatoria dei Verani, che durante la repubblica romana aveva qui dei possedimenti.

A partire dall’epoca dei primi cristiani, sembrerebbe che nella zona sia iniziata la pratica di dare sepoltura ai defunti (si ricorda, a tal proposito, la catacomba di Ciriaca, qui collocata e in gran parte distrutta dai bombardamenti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale). Tuttavia, il Cimitero dovrà attendere il XIX secolo, quando l’amministrazione francese ne sancì, di fatto, la nascita attraverso l’editto di St-Claude (1804), nel quale si vietava che le sepolture venissero effettuate entro i centri abitati: così, tra il 1807 ed il 1812 ne venne realizzato il primo nucleo su progetto di Giuseppe Valadier, poi continuato, sotto i pontificati di Gregorio XVI (1831-1846) e Pio IX (1846-1878), da Virginio Vespignani cui si deve la realizzazione dell’ingresso principale a tre fornici, il quadriportico che segue e la cappella di Santa Maria della Misericordia posta in fondo al viale. A seguito dei bombardamenti del 19 luglio del 1943, che danneggiarono – e non poco – anche la vicina Basilica di San Lorenzo fuori le mura, seguirono negli anni Sessanta gli ultimi lavori con i quali si raggiunse l’attuale conformazione, ben 83 ettari di estensione.  

Oggi al Verano sono sepolti personaggi famosi, provenienti dal mondo della Letteratura, della Storia, della Poesia, dell’Arte, del Cinema, così come persone comuni la cui memoria è rimasta impressa grazie alla bellezza artistica espressa nelle cappelle di famiglia. In questo contributo, si è pensato ad un percorso che accompagnasse il lettore alla scoperta di una parte di queste ultime; in particolare, sarà mostrata la serie di tombe unite tra loro da un filo comune, quale quello dei loro artefici che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, furono chiamati a riscoprire, innovando, tecniche artistiche ed iconografie dimenticate da secoli. Non si ha qui la pretesa di ripercorrere per intero le loro attività artistiche che, per quanto estese ed articolate siano state, difficilmente potranno essere sintetizzate; verrà quindi dato maggior spazio alla visualizzazione delle loro opere qui al Verano, perché possano essere conosciute. Si crede, infatti, che la conoscenza sia il primo vero grande passo verso la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Si vuole quindi iniziare da Filippo Severati (1819-1892), il quale dedicò circa metà della sua carriera artistica alla ritrattistica funebre. Camminando tra le memorie del Verano, è facile incontrare le sue creazioni rimanendone affascinati per l’incredibile vividezza dei colori. Ma ci domandiamo: a cosa è dovuta questa resa? Severati è infatti noto per aver sperimentato una tecnica unica, consistente nell’applicazione di smalto colorato su superfici come la pietra vulcanica e la porcellana; durante le diverse fasi di cottura – differenziate a seconda degli smalti da cuocere –, il colore rimaneva così impresso contro la superficie, eternando la propria lucentezza. Nonostante la costante esposizione alle intemperie, quelle che, apparentemente, sembrerebbero essere delle fotografie, in realtà sono dipinti risalenti ad oltre cento anni fa.

Ritratto (foto di Giulia Abbatiello)
Ritratti (foto di Giulia Abbatiello)
Ritratti (foto di Giulia Abbatiello)
Ritratto (foto di Giulia Abbatiello)
Ritratti (foto di Giulia Abbatiello)
Ritratto (foto di Giulia Abbatiello)
Ritratto (foto di Giulia Abbatiello)

Lo stesso Severati riposa qui, al Verano, e la tomba di famiglia non poteva che essere fregiata dei suoi ritratti. L’artista si è autorappresentato con la tavolozza dei colori in mano e con, sullo sfondo, una delle sue opere in corso di realizzazione. Sappiamo che questo è il primo della serie di dipinti eseguiti secondo la particolare tecnica; d’altronde, come soleva fare sui suoi ritratti, è Severati a scriverlo: “Primo ritratto eseguito in Roma in smalto sopra lava. Tal genere di pittura è utile per la durata, si può unire alla scultura.”

La tomba della famiglia Severati (foto di Giulia Abbatiello)
L’autoritratto di Severati, particolare della tomba di famiglia (foto di Giulia Abbatiello)

Proseguendo, saranno mostrate le opere di artisti chiamati ad ornare con vetrate policrome alcune cappelle private. Il primo di essi è Duilio Cambellotti (1876-1960), artista che si vide impegnato nell’arte applicata producendo ceramiche, manifesti pubblicitari, costumi e scenografie per teatri, decorazioni di interni, illustrazioni di libri di lettura; tuttavia, l’oggetto che, forse, gli risultò più usuale fu proprio il vetro, sapendolo sapientemente plasmare – come vedremo – in vetrate policrome.

Il primo esempio, infatti, è costituita dalla vetrata della cappella Petrucci, che orna la parte superiore all’altare, mostrandosi legata a piombo, su cui è raffigurato un angelo dalle braccia distese.

La vetrata con angelo di Duilio Cambellotti nella cappella Petrucci (foto di Giulia Abbatiello)

E, di nuovo, è un angelo a comparire nella vetrata della cappella della famiglia Franchi, questa volta con le mani rivolte in avanti.

La vetrata con angelo di Duilio Cambellotti nella cappella Franchi (foto di Giulia Abbatiello)

Sappiamo che, oltre alla vetrata, Duilio Cambellotti realizzò anche il mosaico che adorna il timpano esterno della tomba, ritraente Cristo che, con la mano destra, benedice alla latina e, con l’altra, tiene un libro su cui si legge “EGO SUM LUX MUNDI”. Riecheggia in questo mosaico quell’eco paleocristiana tornata a quel tempo in auge.

Il mosaico con Cristo di Duilio Cambellotti all’esterno della cappella Franchi (foto di Giulia Abbatiello)

Un’altra vetrata del Cambellotti, questa volta ritraente una Maddalena, è collocata all’interno della cappella dei Torlonia, per i quali l’artista curò, insieme a Paolo Paschetto, i cartoni delle vetrate della Casina delle Civette, situata nella villa di famiglia sulla via Nomentana.

La vetrata con la Maddalena di Duilio Cambellotti nella cappella dei Torlonia (foto di Giulia Abbatiello)

Infine, l’ultimo esempio che si vuole qui mostrare è quello della cappella Bernabei, decorata da ben tre vetrate del Cambellotti, raffiguranti nuovamente alcuni angeli. Purtroppo, il loro stato di conservazione non si mostra ottimale, forse a causa del fatto che, essendo prossime ad una lastra di vetro, i costanti sbalzi di temperatura potrebbero averne causato l’evidente spanciamento verso l’esterno.

Una delle vetrate con angeli – quella di fondo – di Duilio Cambellotti nella cappella della famiglia Bernabei (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare di un’altra vetrata con angeli – quella laterale sinistra – di Duilio Cambellotti nella cappella Bernabei (foto di Giulia Abbatiello)

Collega di Duilio Cambellotti fu Cesare Picchiarini (1871-1943), il quale apprese l’arte vetraria dal padre Sisto, che a Roma gestì uno dei luoghi più importanti della produzione del vetro. Si ricorda, ad esempio, che nel 1903 fu vincitore del concorso per la realizzazione delle vetrate della nuova Sinagoga di Roma e che, tra il 1914 ed il 1920, realizzò le vetrate per la Casina delle Civette – menzionata in precedenza – dai cartoni di Cambellotti e Paschetto.

Al Verano, all’interno della cappella delle famiglie Peschiera, Hannau e Tiraborelli, il Picchiarini si vede impegnato nella creazione di vetrate similari tra di loro, dove a ricorrere è una croce decorata da gemme preziose.

La vetrata con croce di Cesare Picchiarini nella cappella Peschiera (foto di Giulia Abbatiello)
La vetrata con croce di Cesare Picchiarini nella cappella Hannau (foto di Giulia Abbatiello)
La vetrata con croce di Cesare Picchiarini nella cappella Tiraborelli (foto di Giulia Abbatiello)

Si vuole terminare questo contributo con la descrizione di una tomba che ha particolarmente attirato l’attenzione per la sua bellezza. Si tratta della cappella che l’artista Alessandro Morani (1859-1941) eseguì per Sigismondo Giustiniani Bandini allo scadere del XIX secolo. Si ricorda che l’artista si affermò dapprima come paesaggista per poi, ad un certo punto della sua carriera, interessarsi alle arti applicate; di questa sua inclinazione, non si può non ricordare la collaborazione per l’intero progetto decorativo di Villa Blanc a Roma, oppure quella avuta con Gabriele D’Annunzio, di cui curò le illustrazioni di alcune sue raccolte poetiche e le scenografie delle opere teatrali.

In ambito funerario, Morani già aveva avuto occasione di cimentarsi nella realizzazione di studi e copie riproducenti decorazioni di tombe etrusche dell’alto Lazio. Dal canto suo, la Cappella Giustiniani al Verano intende invece riprodurre un enorme sarcofago paleocristiano sulla cui fronte, all’interno di nicchie delimitate da colonnine tortili, sono riprodotti splendidi angeli abbigliati alla maniera di dignitari bizantini. Ciascuno di essi sembra convergere verso il centro dove un cancello, decorato con simboli della prima arte cristiana – pavoni e grappoli d’uva – segna l’ingresso della cappella. Curiosamente, l’ultima nicchia a sinistra non presenta decorazione alcuna, sebbene sia evidente la preparazione del letto di malta che avrebbe dovuto accogliere le tessere di mosaico. A tal proposito, colpisce e non poco la policromia delle pietre utilizzate, soprattutto quella degli azzurri, oppure la scelta, per il bianco dei fondali, di un sasso simile al brecciolino.

Infine, colpisce e non poco, poter osservare a così breve distanza queste immagini vibratili, la cui bellezza si crede non essere sfuggita anche a chi, purtroppo, ebbe l’idea di staccarne delle tessere, portandole via, forse come soprammobile o souvenir.

La cappella di Sigismondo Giustiniani Bandini dell’artista Alessandro Morani (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare dell’angelo di destra della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare della decorazione della veste dell’angelo di destra della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare della decorazione della veste dell’angelo di destra della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare dell’angelo di destra – più prossimo al centro – della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare della veste dell’angelo a destra – più prossimo al centro – della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare del fondale della decorazione della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare dell’angelo di sinistra della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)
Particolare della veste dell’angelo di sinistra e del vicino fondale della cappella Giustiniani Bandini (foto di Giulia Abbatiello)

Si ringrazia Ama Cimiteri Capitolini per il nulla osta delle riprese fotografiche

Sitografia essenziale:

Autore del contributo per il blog “La Tutela del Patrimonio Culturale”: Giulia Abbatiello

Scritto in data: 14 aprile 2021

Il contributo è scaricabile in formato pdf al seguente link.

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About Giulia Abbatiello 14 Articles
Storica dell’arte; studentessa presso il Master annuale di II Livello in “Strumenti scientifici di supporto alla conoscenza e alla tutela del patrimonio culturale” (Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Roma Tre); studentessa presso la Scuola di Specializzazione in Biblioteconomia al Vaticano.