La tutela delle opere d’arte tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento

I danni che il patrimonio artistico nazionale subì durante gli anni della Prima Guerra mondiale portarono il Ministero dell’Educazione Nazionale ad un maggior interesse in materia di salvaguardia e protezione delle opere d’arte italiane. Dal 1930 iniziarono gli studi per sviluppare nuovi piani e progetti riguardanti la tutela delle opere d’arte in caso di conflitto armato. Vennero coinvolti i soprintendenti delle grandi città italiane con la richiesta di stilare elenchi completi delle opere, edifici e monumenti che avrebbero dovuto ricevere protezione con lo scoppio di una nuova guerra.

Guardando al conflitto precedente, le prime indicazioni sulla messa in sicurezza delle opere erano nate prendendo come riferimento la minaccia dei proiettili incendiari, principale pericolo, e l’urgente protezione di edifici e monumenti che sorgevano nei pressi di luoghi strategici come fabbriche, ponti o cisterne. Tutto ciò che, invece, poteva essere spostato dal luogo di origine, come statue di medie dimensioni, quadri, mobilia, oggetti facilmente trasportabili, avrebbero dovuto essere allontanate dal centro della città e trasferite in luoghi più isolati e sicuri nelle campagne. Queste furono le prime indicazioni che vennero poi ampliate e sviluppate per tutti gli anni Trenta del Novecento.

Con le liste redatte dalle Soprintendenze italiane, il Ministero iniziò un accurato lavoro di identificazione degli edifici di maggior rilevanza storico-artistica che avrebbero dovuto ricevere un’attenta protezione per via della loro locazione insicura. Per quanto riguardava i beni mobili, vennero presi come riferimento solo quelli ritenuti di “altissimo pregio”, anche se dopo poco tempo la dicitura venne estesa e contemporaneamente modificata in “patrimonio artistico degli istituti autonomi”.

Dopo aver ricevuto il consenso ministeriale, tali elenchi vennero inviati quindi ai comuni e ai Prefetti provinciali così da informare gli organi più vicini alle opere d’arte riguardo il modus operandi in caso di attacco.

Le grandi città d’arte, come Firenze, progettarono piani d’azione considerando in primis le proprie singole opere e la loro particolare importanza. Venne deciso di proteggere le opere monumentali in loco ricoprendole con impalcature e sacchi di sabbia, che avrebbero così attutito i colpi di artiglieria.

Impalcature in legno e sacchi di sabbia per proteggere il David di Michelangelo all’interno della Galleria dell’Accademia (fonte: https://michelangelobuonarrotietornato.com/2015/04/22/la-protezione-del-david-e-delle-altre-opere-durante-la-seconda-guerra-mondiale/)

Il primo grande ostacolo con il quale dovettero fare i conti le Soprintendenze fu la mancanza di fondi e mezzi necessari per attuare questi nuovi piani di protezione. Il Ministero non aveva concesso al Comitato Provinciale di protezione antiaerea e alle Autorità militari l’autorizzazione a fornire il materiale fondamentale per la realizzazione delle misure di salvaguardia.

Ciò avrebbe costretto, quindi, le Soprintendenze a rivolgersi ad aziende private, meno fornite e certamente più costose. Non trovando ulteriori soluzioni, venne richiesto al Ministero dell’Educazione Nazionale di interpellare il Ministero della Guerra per mettere a disposizione almeno i mezzi necessari agli spostamenti delle opere d’arte mobili, conservate nei grandi musei, che sarebbero state trasferite in nuove ubicazioni nelle campagne.

Prendendo ad esempio la città di Firenze, la Soprintendenza informò il Ministero dell’Educazione Nazionale che le opere che avrebbero ricevuto protezione sarebbero state quelle di interesse civile e religioso, che si sarebbero trovate a loro volta in condizioni favorevoli alla difesa. Questo inevitabilmente diminuì il numero di opere da poter proteggere: parte di queste furono gli affreschi, troppo grandi e difficili da gestire. Insieme a questo progetto, che venne inviato nel 1936 al Ministero, vennero anche elencati i primi depositi della provincia di Firenze, che avrebbero ospitato le opere d’arte mobili. Si trattava principalmente di ville e castelli, non appariscenti e isolati. Tra questi erano citati le Ville Reali di Poggio a Caiano, Petraia e Castello, la Certosa del Galluzzo e il convento di Vallombrosa.

Negli ultimi anni del decennio, l’urgenza divenne quella di modificare e adattare le esistenti direttive in occasione di un ipotetico attacco aereo. La presa in considerazione di questa terribile minaccia fece mutare anche i criteri di scelta riguardanti quali opere dovessero essere messe in sicurezza.

Il 1939 fu l’anno decisivo per le misure di protezione e le novità messe in campo per la salvaguardia del patrimonio artistico italiano. Dopo aver lasciato una certa libertà alle regioni, il Ministero richiese i progetti, completi di liste dei monumenti, che erano stati organizzati dai Comitati provinciali e regionali. Inoltre, dalle Soprintendenze giunsero informazioni sui gruppi di persone che avrebbero seguito tutti i progetti. Di questi facevano parte architetti, storici dell’arte, disegnatori, professori che non riuscirono, comunque, a raggiungere un numero sufficiente a soddisfare le esigenze pratiche alle quali sarebbero andati incontro.

Oltre a ribadire le difficoltà economiche, venne richiesta ulteriore disponibilità di personale. Il fanatismo derivante dalla propaganda fascista sosteneva l’autosufficienza dell’Italia: il paese, infatti, non avrebbe avuto bisogno di nessun aiuto proveniente da stati esteri neutrali, essendo in grado di soddisfare le proprie necessità in materia di tutela in perfetta autonomia.

Fortunatamente l’ampliamento, avvenuto nella scelta delle opere d’arte da proteggere degli ultimi anni, aveva coinvolto anche gli affreschi che avrebbero dovuto essere ricoperti da cellophane se posti all’aperto, altrimenti messi al riparo nei limiti del possibile se collocati in luoghi chiusi.

Misure di protezione adottate per L’ultima cena di Leonardo da Vinci in Santa Maria delle Grazie (fonte: https://style.corriere.it/mostre-e-arte/lultima-cena-nel-novecento/?foto=2)

Se nei primi anni Trenta, tutte le nuove norme riguardavano i grandi centri di interesse culturale, nel 1939 vennero estese anche ai centri d’arte minori. Questo avvenne pure per ciò che riguardava le collezioni: le direttive non comprendevano solo quelle statali ed ecclesiastiche, ma vennero prese in considerazione anche le collezioni civiche e private. Nessun’opera avrebbe dovuto essere una vittima.

I depositi, aumentati numericamente in quantità notevole nel corso degli anni, si stavano riempiendo delle opere provenienti dai grandi musei cittadini. Questi dovevano garantire la loro incolumità, attraverso grandi spazi ariosi, non troppo esposti alla luce del sole o intemperie. I soprintendenti avrebbero dovuto apporre alcuni segni identificativi per facilitarne il riconoscimento. Si trattava di un “rettangolo contenuto in campo di colore giallo e diviso con una diagonale in due triangoli: uno di colore nero e uno di colore bianco”.

Mentre continuavano ad arrivare dalle Soprintendenze liste aggiornate con tutte le opere inamovibili, protette nel loro luogo di origine, e le opere mobili, per le quali continuavano i lavori di trasferimento in sedi più sicure, il 5 giugno 1940 – pochi giorni prima dell’effettiva entrata in guerra dell’Italia – il Ministero dell’Educazione Nazionale inviava una circolare “urgente e riservatissima” dove veniva ordinata l’immediata attuazione di tutti i provvedimenti che erano stati indetti fino a quel momento per la protezione del patrimonio artistico italiano.

Copertura di sacchi di sabbia per proteggere il pulpito di Giovanni Pisano nel Duomo di Pisa (fonte: https://www.moduscc.it/larte-murata-12844-301015/)

Bibliografia essenziale:

A. Cecconi, Resistere per l’arte, Edizioni Medicea Firenze, Firenze 2015.

Circolare ministeriale datata 19 dicembre 1930, Fondo Giovanni Poggi, numero di serie VIII, fascicolo n. 154 “Protezione Antiaerea” (al momento conservato nei locali dell’Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine).

Circolare ministeriale datata 31 dicembre 1934, numero 107, protocollo 1942, Fondo Giovanni Poggi, numero di serie VIII, fascicolo n. 154 “Protezione Antiaerea” (al momento conservato nei locali dell’Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine).

Circolare riservatissima datata 19 febbraio 1935, numero 16, in risposta alla numero 107, numero di protocollo 860, Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine, filza 1939, Direzione: posizione 1, fascicolo n. 25 “Periodo bellico, protezione antiaerea”.

Circolare riservata datata 7 ottobre 1935, numero di protocollo 4134, Archivio storico delle Gallerie Fiorentine, filza 1939, Direzione: posizione 1, fascicolo n. 25 “Periodo bellico, protezione antiaerea”.

Circolare riservata datata 7 febbraio 1936, numero di protocollo 314, Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine, filza 1939, Direzione: posizione 1, fascicolo n. 25 “Periodo bellico, protezione antiaerea”.

Circolare riservata urgentissima datata 8 settembre 1939, numero di protocollo 303, Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine, filza 1939, Direzione: posizione 1, fascicolo n. 25 “Periodo bellico, protezione antiaerea”.

Circolare riservata datata 25 settembre 1939, numero 186, numero di protocollo 3840, Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine, filza 1939, Direzione: posizione 1, fascicolo n. 25 “Periodo bellico, protezione antiaerea”.

Circolare riservatissima datata 13 gennaio 1940, 0, numero 7, numero di protocollo 5083, Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine, filza 1940, Periodo bellico: posizione 14, fascicolo n. 26 “protezione antiaerea, pratica generale”.

Circolare urgente e riservatissima datata 5 giugno 1940, numero di protocollo 3959, Fondo Giovanni Poggi, numero di serie VIII, fascicolo n. 154 “Protezione Antiaerea” (al momento conservato nei locali dell’Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine).

Autore del contributo per il blog “La Tutela del Patrimonio Culturale”: Vittoria Pacini

Scritto in data: 9 novembre 2020

Il contributo è scaricabile in formato pdf al seguente link.

Vittoria Pacini è studentessa di Storia dell’Arte, laureata in Storia e Tutela dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Firenze.

È nata a Bagno a Ripoli (FI) nel 1996 e ha frequentato l’Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo a Firenze (diploma nel 2015). Subito dopo ha deciso di intraprendere la carriera universitaria, terminando il corso triennale di Storia e Tutela nel 2020, con una tesi sulla tutela delle opere d’arte durante la Seconda Guerra mondiale, riferita in particolar modo ai piani di salvaguardia messi in atto dalla città di Firenze e all’analisi nella fattispecie del deposito dell’Oratorio di Sant’Onofrio nel Comune di Dicomano. Ha deciso, quindi, di proseguire il percorso accademico iscrivendosi al corso di Laurea Magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Firenze.

Fa parte dell’Associazione di Promozione Sociale AntigonArt, attraverso la quale si è occupata di didattica museale per adulti e bambini.

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