Catalogazione dei beni culturali: il primo passo verso la tutela

Ci sono beni perduti, orfani di una storia che li lega al proprio territorio; ci sono beni considerati comuni, che agli occhi del singolo abitante di un paese immerso tra i monti del Centro Italia acquistano un valore immenso; ci sono beni che avremmo voluto conoscere e dei quali, invece, non sapremo mai nulla.

È sotto quest’ottica che la catalogazione dei beni culturali si propone come un passaggio fondamentale verso la perpetuazione della memoria collettiva, di quella storia, a volte dimenticata e bistrattata, che ci accomuna. Un bene culturale non “registrato” semplicemente non esiste prima di una scoperta ex novo o di una riscoperta dello stesso.

I beni archeologici, ad esempio, sono del tutto sconosciuti prima di essere identificati nell’ambito di uno scavo stratigrafico, ma anche di uno clandestino, motivo per cui il reperimento di una simile categoria di manufatti non può in alcun modo procedere attraverso la comparazione con la Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti.

Quando il tombarolo estrae dal sottosuolo un reperto, quello stesso è ignoto prima di venire alla luce; se ne deduce che, precedentemente, non sia mai stato catalogato. È questo uno dei punti di forza su cui si è basato il fenomeno del traffico illecito di beni archeologici e, logicamente, degli scavi clandestini che hanno interessato tutta la penisola Italiana (ma non solo).

Diversamente, un bene archeologico già noto – per scoperta lecita, per secolare collezionismo, per recupero, etc. –, un dipinto, una statua, un volume, e tutto ciò che rientra nella definizione di “bene culturale” sarà catalogato: ogni dato che compone la sua “carta d’identità” verrà inserito in una banca dati che permetterà di conoscere la storia del bene, le sue caratteristiche tecniche, gli studi che sono stati effettuati su di lui, il luogo in cui è stato scoperto e quello in cui è conservato. Dove troveremo queste informazioni? Abbiamo nominato precedentemente la Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dai militari del Comando Carabinieri TPC, ma non è la sola esistente. Ogni banca dati ha uno scopo ben preciso, oltre quello di registrare il patrimonio per averne contezza.

La Banca Dati dei Carabinieri ha la funzione di poter contenere sia informazioni di polizia giudiziaria (dati personali, segnalazioni, denunce, etc.), ma anche quelle strettamente tecniche inerenti l’opera. Il fine per cui è stata creata consiste nel poter avere a disposizione uno strumento per comparare un bene individuato nell’ambito di una indagine con la fotografia o con i dati relativi a un bene per cui è stata sporta denuncia di furto o sparizione. La comparazione con la Banca Dati si rivela di fondamentale importanza nel 100% dei casi.

Il Ministero della Cultura, attraverso l’ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione), procede a registrare i beni culturali mobili e immobili Italiani, a coordinare l’attività di catalogazione predisponendo, inoltre, i modelli catalografici. L’art. 17 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs 42/2004) definisce i criteri per incrementare e aggiornare il catalogo nazionale dei beni culturali. Sono “abilitati” alla schedatura anche «le Regioni e gli altri enti pubblici territoriali».

Catalogare un bene è il primo e fondamentale passo per tutelare i beni culturali, ma anche per valorizzare il patrimonio di un determinato territorio. L’ICCD e gli enti schedatori utilizzano per tale funzione il sistema SIGECweb (Sistema Informativo Generale del Catalogo) che procede attraverso standard catalografici in grado di assegnare a ogni bene un codice univoco e di distinguere le varie tipologie di bene.

Da pochi mesi è stato, invece, istituito il sito del Catalogo Generale dei Beni Culturali dove sono confluite una gran parte delle schede del SIGECweb. Il Catalogo Generale è liberamente consultabile attraverso una grafica user-friendly e prevede, oltre alle schede vere e proprie relative a un determinato bene, anche approfondimenti su artisti, luoghi della cultura, scavi, eventi storici.

I beni culturali ecclesiastici, invece, sono sottoposti a un procedimento di catalogazione da parte dell’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l‘edilizia di culto della CEI (Conferenza Episcopale Italiana). Il sito BeWeb – ovvero Beni ecclesiastici in web – costituisce il luogo virtuale in cui confluisce il censimento sistematico condotto dalle diocesi e dagli istituti culturali ecclesiastici. Il portale prevede, inoltre, approfondimenti tematici e condivisione di eventi.

Discorso a parte deve essere condotto per i manoscritti, sia medievali che moderni e contemporanei, catalogati attraverso ManusOnLine, sistema gestito dall’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le informazioni bibliografiche.

Abbiamo, logicamente, esaminato i database più famosi per la catalogazione dei beni culturali, ma qualsiasi procedimento che ci consenta di registrare, di quantificare, di avere consapevolezza dei beni posseduti da noi stessi o da enti esterni e di individuarli nel luogo in cui sono conservati, può essere definito come catalogazione.

Catalogare è conoscere e la conoscenza presuppone che la memoria non venga perduta, o quantomeno, che un giorno sia possibile recuperarla.

Sitografia:

BeWeb: https://beweb.chiesacattolica.it/

Catalogo Generale dei Beni culturali: https://catalogo.beniculturali.it/

ICCD: http://www.iccd.beniculturali.it/it/home

ManusOnline: https://manus.iccu.sbn.it/

Autore del contributo per il blog “La Tutela del Patrimonio Culturale”: Cristina Cumbo

Scritto in data: 5 ottobre 2021

Il contributo è scaricabile in formato pdf al seguente link.

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About Cristina Cumbo 81 Articles
Archeologa; Dottore di ricerca in Archeologia Cristiana; amministratrice, fondatrice e responsabile del blog #LaTPC, nonché dalla pagina Facebook "La Tutela del Patrimonio Culturale"